So che non voglio farlo

C’è una frase che ho ascoltato ieri in un reel sulla dipendenza e che mi ha colpito profondamente: «So che non voglio farlo, ma sento che devo farlo.»
È una frase che descrive perfettamente quello che, a volte, accade dentro di me, come è successo anche ieri sera, quando sapevo di non volere altro cibo, sapevo che non ne avevo bisogno e che mangiare ancora non mi avrebbe fatto bene, eppure, nello stesso momento, sentivo dentro di me una spinta fortissima verso quel cibo.
Non era una decisione ragionata, ma un automatismo, una forza che sembrava arrivare prima ancora che io potessi scegliere. Ed è proprio qui che riconosco il meccanismo della compulsione:  c’è una parte di me che sa, che riesce a vedere con lucidità ciò che sta accadendo e a riconoscere che quel comportamento può portarmi verso una situazione di sofferenza; dall’altra, invece, sembra esserci una forza che non ragiona, che non valuta le conseguenze e che semplicemente dice: prendilo. Accade qualcosa di apparentemente pazzesco: so di non volerlo fare, ma sento il bisogno di farlo.
Questa, per me, è compulsione, è il circuito della dipendenza, quel luogo mentale nel quale la consapevolezza di ciò che voglio sembra non essere sufficiente a fermare ciò che sento di dover fare. Come uscirne?

Per me, che sono nel programma di Overeaters Anonymous, la risposta è semplice, anche se non è affatto facile, perché non consiste soltanto nel cercare di controllare meglio i miei pensieri o nel diventare più forte, ma nel ricordare qualcosa che per me ha rappresentato una vera svolta: io non sono soltanto i miei pensieri. Dentro di me c’è anche qualcosa di più profondo, c’è un’anima e nella mia anima posso entrare in contatto con quella luce che, per me, è il Potere Superiore.
Questa è stata una scoperta enorme, perché per molto tempo ho identificato me stessa con quello che pensavo, con quello che sentivo, con gli impulsi che attraversavano la mia mente; se pensavo «devo mangiare», mi sembrava che quel pensiero fosse la realtà, mi sembrava che non ci fosse alternativa.
Oggi sto imparando qualcosa di diverso: un pensiero non è un ordine, un impulso non è necessariamente una scelta e la compulsione non è la mia identità.
Posso osservare ciò che accade dentro di me senza necessariamente seguirlo, posso fermarmi, posso diventare consapevole, posso fare spazio e, soprattutto, posso ascoltare qualcosa che va oltre il rumore della mia mente.
Quando riesco ad ascoltare la mia anima, infatti, succede qualcosa di diverso, come se arrivasse una lucidità nuova, capace di dirmi: «Guarda, questo è il tuo circuito mentale, ma tu non sei soltanto questo circuito». Io sono anche altro: sono quella parte di me che può scegliere di non seguire automaticamente l’impulso, quella parte che può rivolgersi al suo Potere Superiore e chiedere aiuto, quella parte che, invece di combattere contro sé stessa, può lasciarsi guidare.

È una via facile?

No, perché se esiste una cosa terribilmente difficile per me è proprio smettere di ascoltare la mente quando  urla, quando diventa insistente, quando costruisce ragioni, urgenze e giustificazioni e mi fa credere che quella cosa debba accadere proprio adesso.

Ma sto imparando che non tutto ciò che sento deve diventare azione. A volte devo semplicemente fermarmi e ascoltare, ascoltare il respiro, ascoltare ciò che accade dentro di me, riconoscere la compulsione per quello che è e poi cercare, nel silenzio, quella voce più profonda che non urla, non impone, non pretende.
La voce del cuore.
Per me, questa è stata una delle trasformazioni più importanti che il Programma ha portato nella mia vita: la scoperta della dimensione spirituale. Una dimensione che prima non apparteneva quasi per nulla alla mia esistenza e che, invece, ha finito per ribaltare completamente il modo in cui guardo me stessa, i miei pensieri e la mia relazione con il cibo.
Non si tratta di diventare perfetti e nemmeno di non avere più impulsi; si tratta di imparare a riconoscerli senza confonderli con la nostra volontà, di fermarsi, di diventare consapevoli, chiedere aiuto e ricordare che, anche nel momento in cui una parte di noi dice «prendilo, fallo, devi farlo», esiste dentro di noi uno spazio nel quale possiamo scegliere diversamente. Uno spazio in cui possiamo ascoltare, nel quale possiamo affidarci e nel quale possiamo lasciare che il nostro Potere Superiore ci prenda per mano.

Uscire dalla compulsione, per me, comincia proprio da qui: nel non credere a tutto ciò che mi passa per la mente e imparare ad ascoltare ciò che parla al mio cuore.
È lì che trovo la via d’uscita.